sabato 9 giugno 2018

Dalla fantasia alla realtà

Ci corre l'obbligo di rivalutare quei geni di Magnus & Bunker che, in tempi assolutamente lontani, avevano percepito e preannunciato l'arrivo di un supereroe anomalo, che sovvertiva il paradigma a cui ci avevano abituato i suoi predecessori, quelli che spendevano la propria esistenza curando la difesa dei più deboli.
Lui no, lui depredava i poveri per donare ai ricchi ed era (probabilmente) per questo motivo che si era meritato quel nomignolo, un povero ubriacone che non aveva capito il mondo e si adoperava nel modo sbagliato, sotto l'influenza nebbiosa dei fumi dell'alcool.
Superciuck compare nel fumetto di Alan Ford nella lontana estate del 1971 e diventa parte integrante delle storie che ruotano intorno all'attività del gruppo TNT.
Questa l'intuizione, ma chi mai avrebbe potuto immaginare nel '71 che quel supereroe si sarebbe incarnato nella realtà politica italiana e avrebbe addirittura conquistato forti posizioni di potere? Nessuno, chiaramente nessuno. 
Nella logica delle cose c'è che i più deboli e poveri comprendano che la loro salvaguardia è appesa alla loro capacità di unire le forze e arginare, per quanto possibile, lo strapotere della classe più ricca e potente.
Be', disilludiamoci, quello che è accaduto col libero e democratico voto degli italiani, non ha spiegazioni se non nell'autolesionismo di cui avevamo apprezzato le caratteristiche nell'arguto libello "Il Discorso sulla servitù volontaria" (Discours de la servitude volontaire o Contr'un) del mai troppo apprezzato Étienne de La Boétie, che intorno alla metà del 1500 aveva intuito il nocciolo di un pensiero che fu poi ripreso dai padri del pensiero anarchico e non solo..
« Vorrei solo riuscire a comprendere come mai tanti uomini, tanti villaggi e città, tante nazioni a volte, sopportano un tiranno che non ha alcuna forza se non quella che gli viene data, non ha potere di nuocere se non in quanto viene tollerato. Da dove ha potuto prendere tanti occhi per spiarvi se non glieli avete prestati voi? come può avere tante mani per prendervi se non è da voi che le ha ricevute? Siate dunque decisi a non servire più e sarete liberi!». 
Sta di fatto che il popolo ha eletto a proprio "conducator" due leader di due forze che hanno promesso e pianificato di favorire le classi più abbienti, ovviamente a danno delle più deboli.
Come sia potuto accadere tutto questo è da ricercare nell'incapacità delle forze, che hanno detenuto il potere per oltre tre decenni, di lavorare in modo da contemperare le esigenze pur lecite dell'economia, con quelle, altrettanto sacrosante della larga base elettorale e, soprattutto, di comunicare correttamente e compiutamente il proprio operato, in modo da condividere il cammino con quel popolo a cui dovevano rendere conto e che avrebbero dovuto non tutelare al meglio contro ogni avversità.
Il periodo di grave crisi economico sociale, non ha favorito la lettura degli eventi, così come la comparsi di figure molto discutibili, che hanno basato i loro interventi su base autoreferenziale, pensando a più riprese di poter controllare le reazioni, sbattendo la faccia contro un muro di realtà avversa.
Tuttavia, per quanto sia comprensibile e condivisibile  lo strappo coi vecchi tiranni, lo è meno questo abbraccio mefitico coi nuovi, che non si nascondono (va a loro merito) dietro bugie, esponendo chiaramente il loro pensiero di dissesto in tempi medio-brevi del Bene collettivo, adducendo spiegazioni su improbabili, se non impossibili benefici che le loro scelte porterebbero alla collettività.
È vero che le favole piacciono e, dopo periodi di grande carestia e incertezza, sentirsi raccontare che tutto questo può essere lasciato alle spalle e si può ritornare a stare bene come nel passato, è una prospettiva oltremodo allettante.
Abbiamo avuto modo di vedere davanti al Parlamento che ci rappresenta tutti, il nuovo Presidente del Consiglio che ci ha illustrato un piano d'azione in cui c'è tutto per tutti. una pianificazione che solo un deficiente potrebbe disprezzare, in pratica si prospetta una drastica riduzione delle tasse, assistenza a chi si trova temporaneamente in difficoltà, in attesa di un'occupazione, livello dei servizi inalterato, quando non accresciuto, il tutto pagato con la riduzione dei benefici dei parlamentari e con il taglio delle pensioni oltre i 5.000 euro netti. Tutto questo, senza ovviamente dimenticare di ridurre in modo significativo il nostro debito pubblico e migliorare la vita di tutti i cittadini.
Chi avrebbe mai detto che una cosa così enunciata si sarebbe potuta attuare in modo tanto semplice?
Eppure questo è quello che accade e il futuro, come sempre dalla notte dei tempi, diventerà presente molto presto.

martedì 17 aprile 2018

Chi non voleva esserci

Chi non voleva esserci è migrato altrove, dove cade la pioggia di altri temporali, dove la terra è asciugata da altri soli, dove ululano i lupi a un'altra luna e dove si seguono nuovi sentieri per le stesse mete.
Chi non voleva esserci non c'è stato, ha preferito bagnarsi in altre acque, godere del profumo di altri prati, dove pascolano altri armenti guidati da altri pastori e dove si segue un altro corso d'acqua per arrivare allo stesso mare.
Chi non voleva esserci si è eclissato come il sole dietro la luna o come la luna dietro al sole, come un ladro dopo il furto e come un amante dopo l'amore, come una vergogna di un essere senza pudore, come un soffio leggero sui petali del soffione.
Chi non voleva esserci, ha preferito altro, un nuovo mondo, un nuovo bosco, nuova aria sotto un altro cielo, nuove nuvole e nuovi venti freddi, oppure caldi a seconda del bisogno.
Chi non voleva esserci e ambiva a un'altra vita è stato servito, sotto ogni stella, per quanto sia diversa, le cose sono uguali dappertutto e anche le persone cambiano solo di fisionomia, per il resto è tutto come è sempre stato, la stessa legge regola il mondo e tutte le cose e la ricerca del nuovo cozza contro la logica del tempo.

sabato 17 marzo 2018

Il non detto.

Il tempo aiuta a vedere le cose con più chiarezza. mano a mano che il problema si allontana, per quanto la sua portata sia tutt'altro che ridimensionata, ma non è certo questo l'obiettivo dell'operazione. 
Il fine è di uscire dal conflitto interiore con la forza necessaria per riconoscere i propri errori ed evitarne in futuro, per quanto le sfide che la vita propone, cambino sempre abito e siano spesso troppo insidiose.
La fine di un rapporto fra due persone, a prescindere dal genere, ha sempre dei fondamenti nel non detto. Per "non detto" non intendiamo necessariamente una bugia, anche se la menzogna è il dato più ricorrente, ma può darsi che si verifichi un atteggiamento falsato dal convincimento di essere più forti di quanto, poi, in realtà, la vita ci dimostri e che questo ci porti a sopravvalutare la nostra capacità di muoversi con lealtà e trasparenza all'interno dei sentimenti.
Il fatto è che ammettere le proprie debolezze da subito, non aiuterebbe, nella mente di questi soggetti, la relazione a partire e consolidarsi, pertanto si rimanda il confronto con sé stessi al momento in cui la nostra convinzione di essere diversi da come siamo in realtà, non troverà conforto nel cambiamento in meglio che riusciremo a fare. Un salto qualitativo basato sull'inconsistenza.
Questo porta a commettere una serie di passi falsi che rompono in modo irreparabile qualsiasi opportunità di cambiamento e crescita del rapporto interpersonale, perché fa crollare uno dei basamenti principe che è la fiducia reciproca.
Per quanto spesso sottovalutato,il parametro di fiducia è un vero e proprio must di ogni genere di avvicinamento fra persone. Tutti, chi più chi meno, nel rapportarci a nuove conoscenze, abbiamo la nostra dose di cautela, che, a seconda dei casi, può sconfinare nella diffidenza, salvo poi rientrare per lasciare il posto a una disponibilità nei confronti dell'altra persona, che getta le basi per un rapporto più solido.
Alcuni casi, segnalano la presenza di patologie che portano a una diffidenza cronica, che induce il soggetto colpito a non aprire le porte più nascoste agli altri. 
Si può in questi casi pensare che la persona in oggetto possa imbastire relazioni, più o meno superficiali, con altri? Il quesito, apparentemente semplice, apre in realtà un universo di scenari che potrebbero portare.
Resta il fatto che la nostra personale posizione è che non lo possa fare.
La mancata chiarezza e il nascondere dati importanti nell'avvicinarsi agli altri, porta inevitabilmente squilibri e forzature che vanno al di là della buona fede presunta o dichiarata dalla parte che ammette la carenza.
Sarebbe come non rivelare al partner sessuale di essere sieropositivo al HIV.
Un tema complesso, in verità, che meriterebbe ben più che una cartelletta in un blog .



sabato 3 febbraio 2018

Stati fluidi


Ancora nuvole e pioggia, pioggia e nuvole, nuvole che diventano pioggia e, nonostante queste evidenze schiaccianti, pioggia che cade dalle nuvole e fornisce la sua versione di non colpevolezza, come ad affermare di essere inconsapevole che il proprio stato fisico le consente di bagnare tutto ciò che trova.

La pioggia sembra incurante dei malanni da raffreddamento che, inevitabilmente, si porta dietro, sottolineando come i benefici per l'agricoltura siano innegabili e valgano bene qualche spiacevole effetto collaterale. 
Che sarà mai una polmonite in confronto a un campo di grano, poesia di un amore profano? E in effetti più che la paura di essere presa per mano, la pioggia ha la consapevolezza di essere inafferrabile, sia nello stato di nuvola che in quello di goccia.
Forse, ha ragione lei, è solo pioggia, nuvole e pioggia, simile in modo imbarazzante alle lacrime, se non fosse per il diverso coefficiente di salinità, che farebbe pensare a una superiorità intellettiva delle lacrime, che (tuttavia) non è in alcun modo comprovata, così come non lo è l'origine emotiva sia dell'una, che dell'altra..
Solo pioggia, lacrime e nuvole che scuriscono gli orizzonti, già bui di per sé, per fortuna solo fino a quando tornerà il sole e il ciclo si ripeterà, addensando nuvole e pioggia, magari altrove, per quanto sarà comunque sul bagnato che la pioggia cadrà.

Spazi vitali

"Un altro giorno" è la categoria che ricorre più frequentemente nelle nostre esili vite, con una cadenza almeno quotidiana. 
Oggi è un altro giorno rispetto a ieri e anche rispetto a domani, ma anche domani è un altro giorno....e così le nostre giornate scorrono e si riempiono di inutili comparazioni e attese di futuri migliori, ma migliori rispetto a cosa? 
Al''oggi? Be' probabilmente sì, perchè se "del doman non v'è certezza", figuriamoci del dopodomani, quindi l'unico metro che abbiamo è il presente e persino il passato, almeno in taluni casi.
E poi siamo sicuri che le nostre città siano grandi abbastanza per contenere tutti noi col nostro corredo di dubbi, per tacere delle incertezze e delle cazzate che, con pervicacia inattesa alle menti più illuminate, ostinatamente proferiamo con imbarazzante periodicità quotidiana?
E se non lo fossero (grandi abbastanza) cosa dovremmo fare? perseguire un'ottimizzazione e recupero degli spazi vitali, affidandoci ad architetti del tempo e ingegneri dell'archiviazione delle speranze?

venerdì 12 gennaio 2018

Tutto scorre.

E così, alla fine tutto scorre.
La vita è quello che succede mentre sei impegnato a fare altro (John Lennon).
In effetti gli eventi non ti aspettano, succedono, si susseguono con l'incedere che la Sorte ha stabilito, che è poi quello che scandisce la vita stessa, la naturale sequenza degli avvenimenti che segnano il nostro passaggio  e si può solo cercare di sistemarli nella credenza delle esperienze


martedì 9 gennaio 2018

SUL MENTIRE di Francesco Tontoli

Ho sentito il mio amico riguardo a cosa scrivere per l’articolo di oggi, non sapendo proprio da dove iniziare. Stavo pensando di fare le orecchie a questo foglio Word, di prendere a scarabocchiarlo, aggiungervi orli e linee di fuga. Avevo in mente di riempirlo di niente, e proporlo come succoso commento alla mia rivista di riferimento. La redazione avrebbe capito e io mi sarei battuto il petto inventando molte scuse. Avrei addotto un funerale, un incidente senza gravi conseguenze, uno stato psichico di assoluta prostrazione e affaticamento, una depressione dovuta alla disaffezione . Campione di pigrizia e detentore assoluto del record di rimandare gli impegni, spostare appuntamenti, allungare il brodo, mi riconosco nella figura del mentitore per necessità con attitudine professionale alla giustificazione. Anche a quella non richiesta.
Con me al comando , un luogo di lavoro diventerebbe un posto privo delle più elementari certezze spazio-temporali. Il relativismo si trasformerebbe in una dottrina di fede, e la bugia dovuta a qualsiasi specifica causa (soprattutto la causa dell’assoluta indolenza intellettuale) governerebbe la produzione, il traffico ferroviario e quello aereo. Le automobili rimarrebbero semplicemente immobili per scelta strategica .
Dopo aver ascoltato l’ennesima descrizione della mia più classica arrampicata sugli specchi, che giustifichi l’infinita serie di mancate risposte alle sue chiamate telefoniche, il mio pazientissimo amico mi ha proposto proprio di scrivere qualcosa che riguardasse questa piccolezza futile e a volte necessaria, che si chiama in modo sbrigativo “bugia”. Il mentire come arte ma non riferito alla strategia dell’inganno e del potere, ma a quello meno subdolo del rinvio, della proroga, della sospensione sine die, della procrastinazione a un tempo futuro, possibilmente felice e sgombro da nubi minacciose. Cioè ad un “mai” secco e rotondo.
L’etimo riferisce che la parola bugia deriva dall’arabo, ma forse anche dal provenzale, e ce la traduce come “inganno”, “astuzia”, “furbizia”, ma anche “cattiveria”, “nequizia”. Insomma uno stato psicologico in cui il soggetto dissimula in modo più o meno verosimile all’esterno (ma anche all’interno di sé stesso, tenendo presente che il bugiardo più efficiente è colui che crede alle proprie bugie) qualcosa di inconfessabile che lo esporrebbe all’ira, alla vendetta, alla rappresaglia, oppure semplicemente alla giustizia del suo antagonista.
So a chi state pensando. State pensando a Odisseo. E a chi se no? Ce lo hanno proposto come modello di intelligenza umana che si oppone al disordine, al caos e alla forza bruta. L’uomo capace di condurre contro il destino avverso una battaglia che si vince solo con la pianificazione delle proprie strategie di sopravvivenza. Tirarsi fuori dai guai attraverso l’invenzione di modelli di narrazione verosimili che disorientano e seducono l’avversario più sospettoso, crudele e brutale . Polifemo, e altri personaggi del mondo esterno sconosciuto e ostile, sono rappresentati come forze primitive, prive di malizia e di elaborazione di modelli che simulano percorsi diversi da quello unico e vero. Il mondo senza la bugia è arcaico e pastorale, privo di curiosità e delle capacità che ci spingono a superare colonne, infrangere tabù, abbattere idoli, aprire frontiere.
Ulisse, ma anche Sherazade, la schiava condannata, che per rimandare la propria esecuzione adotta la strategia propria della narrazione come antidoto e come via di salvezza. Ritarda l’ora certa della propria morte narrando appunto le meraviglie e le contraddizioni della vita.
Ulisse e Sherazade, due bugiardi professionali .
Io invece credo di essere una via di mezzo. Un bugiardo senza professione. Uno di quelli che delega le responsabilità, le divide e le sminuzza riducendole in briciole digeribili. Le scioglie in un bicchier d’acqua e le ingolla solo quando sono rospi disciolti allo stato liquido, trasformandoli in gassose bolle di propositi differibili, di questionari inintellegibili, di santini da tenere nel taschino della giacca per miracoli che non si verificheranno. Posseggo un pettine incapace di sciogliere nodi , viluppi e intrichi . Il terreno su cui cammino ha retto il mio peso specifico per coincidenze astrali che il caso ha voluto mi si ponessero davanti per puro capriccio, senza per ora precipitarmi in nessun orrido. La scadenza di una bolletta telematica incombe sulla mia testa dura e tagliente come una lama di carta che fa scempio delle mie carni. Nel sogno vengo inseguito da creditori molesti e armati di ogni sorta di oggetto destinato all’offesa. Mi circondano persone la cui diffidenza sul mio conto (soprattutto corrente) è condivisibile perfino da me stesso.
Ed è per questo che considero dire bugie un’arte certosina, raffinata , destinata a un animo nobile che la sviluppi e la faccia propria, senza ridurla a esibizione delle proprie miserie quotidiane. Non ho bisogno di dimostrare quanto io sia bugiardo . Lo sono per necessità, perché mi ritengo intelligente, e della bugia mi nutro, compiacendomi della stupidità altrui. Aggiro le difficoltà usando l’arma della menzogna e della dissimulazione, anche se ritengo la bugia molto più innocente delle prime due. Quest’ultima è spontanea e immediata, istintiva e quasi del tutto priva del senso di malizia. Assume quasi un aspetto di difesa della propria integrità. E’ uno schermo, un filtro, un velo, una piccola variazione sul tema, una fuga musicale destinata ad esaurirsi. Si consuma brevemente nello spazio , e il tempo la divora e la sminuzza, la rende piccola e quasi irrilevante nell’economia della contingenza universale . La bugia è nuda molto più della verità , ha mille destini. La verità ne ha uno e indifferibile che si chiama morte. La bugia è facile da dimenticare, anzi è fatta per essere dimenticata. La bugia serve a rimandare una verità semplice che per questo ci sembra stupida e incompleta. La bugia la arricchisce di variabili , le dona plasticità, adattabilità, scorrevolezza.
La menzogna invece è qualcosa di molto più complesso. Ha bisogno di una teatralità certificata, di un attore che la reciti con scrupolo e dedizione. Il mentitore professionale a differenza del bugiardo è un uomo che ha trasformato la bugia in architettura complessa, in edificio ampio e arioso. Il bugiardo suona musica da camera, mente consapevolmente a sé stesso e a pochi intimi, la madre, un amico, la moglie. Chi diffonde menzogne invece cura scientificamente i particolari minimi, deve ricordare tutto, e spesso dimentica perfino che è stato lui stesso a propagare il morbo. Orchestra le armonie degli archi e dei fiati in modo da essere suadente e mellifluo. Una musica scorrevole, senza accidenti, accordi semplici e credibili, che diffonde da orecchio a orecchio in un crescendo di toni e di eco. La menzogna si nutre di sé stessa costruendo altre menzogne parallele come universi corrispondenti. La menzogna parla attraverso un megafono, la bugia è qualcosa che scappa a mezza bocca. La menzogna porta al discredito, alla diffamazione di qualcuno che è ritenuto il nemico da abbattere. La bugia è una trascurabile umana alterazione dell’ordine divino, una timida contestazione dell’autorità, presto scoperta e messa all’indice. Le menzogne quando vengono scoperte ci appaiono ancora credibili, sono edifici diabolici e affascinanti autocostruentesi. Il mentitore confeziona menzogne con stanpanti 3D , il bugiardo usa ancora il copincolla di facile falsificazione, e altrettanto facile smascheramento. Il mentitore ha sempre frecce al suo arco, il bugiardo usa ancora fionde con l’elastico. Il bugiardo si sbugiarda, il mentitore non si smentisce mai.
Si mente perché l’altro che sente
Apprezzi lo sforzo l’amore e il coraggio
Si mente per lo stupido vantaggio
Di narrare a sé stessi una storia da niente
Si mente non per logica e paura
Ma per fottere la nostra natura.