venerdì 12 gennaio 2018

Tutto scorre.

E così, alla fine tutto scorre.
La vita è quello che succede mentre sei impegnato a fare altro (John Lennon).
In effetti gli eventi non ti aspettano, succedono, si susseguono con l'incedere che la Sorte ha stabilito, che è poi quello che scandisce la vita stessa, la naturale sequenza degli avvenimenti che segnano il nostro passaggio  e si può solo cercare di sistemarli nella credenza delle esperienze


martedì 9 gennaio 2018

SUL MENTIRE di Francesco Tontoli

Ho sentito il mio amico riguardo a cosa scrivere per l’articolo di oggi, non sapendo proprio da dove iniziare. Stavo pensando di fare le orecchie a questo foglio Word, di prendere a scarabocchiarlo, aggiungervi orli e linee di fuga. Avevo in mente di riempirlo di niente, e proporlo come succoso commento alla mia rivista di riferimento. La redazione avrebbe capito e io mi sarei battuto il petto inventando molte scuse. Avrei addotto un funerale, un incidente senza gravi conseguenze, uno stato psichico di assoluta prostrazione e affaticamento, una depressione dovuta alla disaffezione . Campione di pigrizia e detentore assoluto del record di rimandare gli impegni, spostare appuntamenti, allungare il brodo, mi riconosco nella figura del mentitore per necessità con attitudine professionale alla giustificazione. Anche a quella non richiesta.
Con me al comando , un luogo di lavoro diventerebbe un posto privo delle più elementari certezze spazio-temporali. Il relativismo si trasformerebbe in una dottrina di fede, e la bugia dovuta a qualsiasi specifica causa (soprattutto la causa dell’assoluta indolenza intellettuale) governerebbe la produzione, il traffico ferroviario e quello aereo. Le automobili rimarrebbero semplicemente immobili per scelta strategica .
Dopo aver ascoltato l’ennesima descrizione della mia più classica arrampicata sugli specchi, che giustifichi l’infinita serie di mancate risposte alle sue chiamate telefoniche, il mio pazientissimo amico mi ha proposto proprio di scrivere qualcosa che riguardasse questa piccolezza futile e a volte necessaria, che si chiama in modo sbrigativo “bugia”. Il mentire come arte ma non riferito alla strategia dell’inganno e del potere, ma a quello meno subdolo del rinvio, della proroga, della sospensione sine die, della procrastinazione a un tempo futuro, possibilmente felice e sgombro da nubi minacciose. Cioè ad un “mai” secco e rotondo.
L’etimo riferisce che la parola bugia deriva dall’arabo, ma forse anche dal provenzale, e ce la traduce come “inganno”, “astuzia”, “furbizia”, ma anche “cattiveria”, “nequizia”. Insomma uno stato psicologico in cui il soggetto dissimula in modo più o meno verosimile all’esterno (ma anche all’interno di sé stesso, tenendo presente che il bugiardo più efficiente è colui che crede alle proprie bugie) qualcosa di inconfessabile che lo esporrebbe all’ira, alla vendetta, alla rappresaglia, oppure semplicemente alla giustizia del suo antagonista.
So a chi state pensando. State pensando a Odisseo. E a chi se no? Ce lo hanno proposto come modello di intelligenza umana che si oppone al disordine, al caos e alla forza bruta. L’uomo capace di condurre contro il destino avverso una battaglia che si vince solo con la pianificazione delle proprie strategie di sopravvivenza. Tirarsi fuori dai guai attraverso l’invenzione di modelli di narrazione verosimili che disorientano e seducono l’avversario più sospettoso, crudele e brutale . Polifemo, e altri personaggi del mondo esterno sconosciuto e ostile, sono rappresentati come forze primitive, prive di malizia e di elaborazione di modelli che simulano percorsi diversi da quello unico e vero. Il mondo senza la bugia è arcaico e pastorale, privo di curiosità e delle capacità che ci spingono a superare colonne, infrangere tabù, abbattere idoli, aprire frontiere.
Ulisse, ma anche Sherazade, la schiava condannata, che per rimandare la propria esecuzione adotta la strategia propria della narrazione come antidoto e come via di salvezza. Ritarda l’ora certa della propria morte narrando appunto le meraviglie e le contraddizioni della vita.
Ulisse e Sherazade, due bugiardi professionali .
Io invece credo di essere una via di mezzo. Un bugiardo senza professione. Uno di quelli che delega le responsabilità, le divide e le sminuzza riducendole in briciole digeribili. Le scioglie in un bicchier d’acqua e le ingolla solo quando sono rospi disciolti allo stato liquido, trasformandoli in gassose bolle di propositi differibili, di questionari inintellegibili, di santini da tenere nel taschino della giacca per miracoli che non si verificheranno. Posseggo un pettine incapace di sciogliere nodi , viluppi e intrichi . Il terreno su cui cammino ha retto il mio peso specifico per coincidenze astrali che il caso ha voluto mi si ponessero davanti per puro capriccio, senza per ora precipitarmi in nessun orrido. La scadenza di una bolletta telematica incombe sulla mia testa dura e tagliente come una lama di carta che fa scempio delle mie carni. Nel sogno vengo inseguito da creditori molesti e armati di ogni sorta di oggetto destinato all’offesa. Mi circondano persone la cui diffidenza sul mio conto (soprattutto corrente) è condivisibile perfino da me stesso.
Ed è per questo che considero dire bugie un’arte certosina, raffinata , destinata a un animo nobile che la sviluppi e la faccia propria, senza ridurla a esibizione delle proprie miserie quotidiane. Non ho bisogno di dimostrare quanto io sia bugiardo . Lo sono per necessità, perché mi ritengo intelligente, e della bugia mi nutro, compiacendomi della stupidità altrui. Aggiro le difficoltà usando l’arma della menzogna e della dissimulazione, anche se ritengo la bugia molto più innocente delle prime due. Quest’ultima è spontanea e immediata, istintiva e quasi del tutto priva del senso di malizia. Assume quasi un aspetto di difesa della propria integrità. E’ uno schermo, un filtro, un velo, una piccola variazione sul tema, una fuga musicale destinata ad esaurirsi. Si consuma brevemente nello spazio , e il tempo la divora e la sminuzza, la rende piccola e quasi irrilevante nell’economia della contingenza universale . La bugia è nuda molto più della verità , ha mille destini. La verità ne ha uno e indifferibile che si chiama morte. La bugia è facile da dimenticare, anzi è fatta per essere dimenticata. La bugia serve a rimandare una verità semplice che per questo ci sembra stupida e incompleta. La bugia la arricchisce di variabili , le dona plasticità, adattabilità, scorrevolezza.
La menzogna invece è qualcosa di molto più complesso. Ha bisogno di una teatralità certificata, di un attore che la reciti con scrupolo e dedizione. Il mentitore professionale a differenza del bugiardo è un uomo che ha trasformato la bugia in architettura complessa, in edificio ampio e arioso. Il bugiardo suona musica da camera, mente consapevolmente a sé stesso e a pochi intimi, la madre, un amico, la moglie. Chi diffonde menzogne invece cura scientificamente i particolari minimi, deve ricordare tutto, e spesso dimentica perfino che è stato lui stesso a propagare il morbo. Orchestra le armonie degli archi e dei fiati in modo da essere suadente e mellifluo. Una musica scorrevole, senza accidenti, accordi semplici e credibili, che diffonde da orecchio a orecchio in un crescendo di toni e di eco. La menzogna si nutre di sé stessa costruendo altre menzogne parallele come universi corrispondenti. La menzogna parla attraverso un megafono, la bugia è qualcosa che scappa a mezza bocca. La menzogna porta al discredito, alla diffamazione di qualcuno che è ritenuto il nemico da abbattere. La bugia è una trascurabile umana alterazione dell’ordine divino, una timida contestazione dell’autorità, presto scoperta e messa all’indice. Le menzogne quando vengono scoperte ci appaiono ancora credibili, sono edifici diabolici e affascinanti autocostruentesi. Il mentitore confeziona menzogne con stanpanti 3D , il bugiardo usa ancora il copincolla di facile falsificazione, e altrettanto facile smascheramento. Il mentitore ha sempre frecce al suo arco, il bugiardo usa ancora fionde con l’elastico. Il bugiardo si sbugiarda, il mentitore non si smentisce mai.
Si mente perché l’altro che sente
Apprezzi lo sforzo l’amore e il coraggio
Si mente per lo stupido vantaggio
Di narrare a sé stessi una storia da niente
Si mente non per logica e paura
Ma per fottere la nostra natura.

venerdì 8 dicembre 2017

Né destra né sinistra.

Riporto un articolo de "La Nuova Sardegna" che ben descrive la moralità e la dirittura morale dei paladini del nuovo che avanza. Il Movimento Cinque Stelle, al potere nel comune di Porto Torres, ha deciso di finanziare un progetto energetico a favore delle famiglie più bisognose del territorio.
Il fatto che la graduatoria sia gremita di parenti, familiari e amici dei componenti la Giunta, è probabilmente solo una coincidenza.
Il primo cittadino individua nella scarsa affluenza di domande e nella connaturata diffidenza dei sardi, le motivazioni che hanno messo in evidenza moltissimi nomi legati a esponenti dell'Amministrazione,
È opportuno in questi casi, aspettare gli eventi, certo è che la prima impressione non favorisce chi si dice diverso, facendolo apparire molto simile a quelli che ha sostituito.
come a dire niente di nuovo sotto il sole.

"PORTO TORRES. Il fotovoltaico da queste parti più che verso il sole è orientato verso le stelle, soprattutto se sono cinque. È stata appena pubblicata la graduatoria provvisoria dei beneficiari del reddito energetico, e Porto Torres è un pentolone in ebollizione. Polemiche, post al vetriolo, social in fibrillazione, e caccia alle streghe
Perché in questo elenco dei vincitori del pacchetto fotovoltaico chiavi in mano, ci sono una serie di nomi che saltano all’occhio. In pole position Alessandro Derudas, l’assessore ai Lavori pubblici (87° posto). Poi il suocero del sindaco, sotto il cui tetto vive anche il primo cittadino (42°). E ancora la sorella del presidente del Consiglio comunale (12°). E infine sorelle, cognati e cugini di diversi consiglieri comunali pentastellati.
Insomma il fedele amico Facebook si è rivoltato contro i grillini e li ha azzannati alla gola: “parentopoli” si legge nei post, “scandaloso”, “una vergogna”, e la sintesi è che i Cinque Stelle, in tema di iniziative sociali, se la ballano e se la suonano.
Ma vediamo meglio cosa è successo: l’amministrazione Wheeler ha messo in campo un progetto pilota per abbattere il disagio. Ha stanziato 500mila euro delle proprie risorse spalmate in due anni (230mila ora, 230mila per il 2018 e 40 mila per le parcelle dei tecnici) per installare sui tetti dei meno abbienti 3 kw di fotovoltaico a costo zero, in modo da garantire un bello sconto in bolletta per chi ogni fine mese si ritrova in bolletta.
«Ci aspettavamo una risposta eclatante da parte della cittadinanza – dice il sindaco Wheeler – molti altri comuni come Como, Treviso, Pavia hanno intenzione di imitarci, (Selargius unico in Sardegna a manifestare interesse) siamo un modello virtuoso. Quindi pensavamo di trovarci di fronte migliaia di richieste».
Invece a malapena la graduatoria supera i 100 candidati, e l’elenco si ferma ad appena 5 condomìni e 110 privati. «La gente ha mostrato molta diffidenza e forse non ha capito la portata innovativa del reddito energetico – spiega la funzionaria Francesca Sanna – non è piaciuto il fatto che “l’accumulo” non consumato venga incassato dal Comune e non dal privato. In pratica l’impianto garantisce l’autosufficienza energetica solo per il giorno, cioè quando produce». Dice il sindaco: «Il nostro è un fotovoltaico sociale, non è fatto per creare profitto. È il Comune a incamerare “l’accumulo” energetico e a rivenderlo al gestore, per poi reinvestirlo l’anno successivo in altri pannelli da ridistribuire. È una spirale positiva che dovrebbe portare la collettività al risparmio in maniera sostenibile».
Ma presentare domanda significa anche mettersi in casa un tecnico comunale che ficca il naso e che magari scopre qualche abuso.
«Ci aspettavamo sicuramente più condomìni – dice Wheeler – ma non è facile mettere d’accordo tanti inquilini». Così in una città piegata in due da crisi e disoccupazione, la smania di energia alternativa non è così tanta: la graduatoria langue. Una risposta flop, davanti a un progetto così caldeggiato e sponsorizzato anche a livello nazionale, sarebbe uno smacco. «Noi ci crediamo fermamente e siamo entusiasti – dice il sindaco – e abbiamo voluto partecipare al bando. Tutti, compresi i consiglieri comunali e i loro parenti, sono comuni cittadini, e hanno il diritto di presentare domanda. Sarebbe discriminante il contrario. Non c’è alcun profilo di illegittimità nemmeno se un assessore, finito poi in coda all’elenco, voglia metterci la faccia. Nella consapevolezza che poi nessuno avrebbe usufruito concretamente di questa opportunità, perché ai fini del punteggio vale l’isee, il reddito, il nucleo familiare, le invalidità, e una serie di parametri oggettivi che non lasciano spazio a favoritismi. Alla fine, oltre ai condomìni, verranno accontentati una trentina di privati, e mio suocero non sarà certo tra questi».
«Tra i beneficiari – dice Francesca Sanna – ci sono famiglie con un reddito annuo di 5000 euro. Situazioni di vero disagio. Poi è anche vero che ha presentato domanda qualcuno che supera abbondantemente i 100mila, ma senza alcuna velleità di vincere».
Ora la palla passa ai tecnici, che dovranno valutare caso per caso l’idoneità dei tetti, l’esposizione dell’edificio e tutte le variabili per la corretta messa in posa e dimensionamento dell’impianto.
Poi la graduatoria diventerà definitiva, e le famiglie scartate i dovranno ripresentare domanda l’anno successivo, perché non ci sarà lo scorrimento degli elenchi. Il Comune farà un nuovo bando da 230mila euro."

© La Nuova Sardegna 10 11 2017

Panni di piombo, ovvero l'abbigliamento che non cambia

Era questo il mondo in cui sognavo di vivere da ragazzino? 
Era questo il modo di vivere che sognavo da ragazzino?
L'esistenza di un essere umano è, in effetti, poca cosa rispetto alle idee e ai sogni, o aspettative, che queste generano.
Vieni al mondo e, se hai fortuna, cresci senza grossi problemi, compreso quello di capire come funziona il gioco, ossia venire a conoscenza delle istruzioni per l'uso. Non le conosce nessuno, se non quei pochi privilegiati che vengono allevati fin da subito per gestire le leve che muovono davvero qualcosa.
Tutto comincia sempre con informazioni, per lo più fuorvianti, che ti aprono la mente a ipotesi di miglioramento personale e collettivo, che sembrano a portata di mano, purché si agisca nel modo giusto, mai indicato nelle istruzioni sulla confezione.
Intanto, la macchina schiacciasassi ha continuato a macinare terreno e tempo in egual misura e ci ha condotto lentamente ma inesorabilmente, allo smantellamento della prospettiva incautamente costruita, per lasciare il posto alla disillusione senile, sul far della sera.
Sono saggi i vecchi? È come se lo fossero, si rendono conto che le energie per cambiare non le hanno più e che, quando le hanno avute, è mancata loro la forza necessaria per stravolgere i rapporti di forza a loro vantaggio.
Tuttavia, con mirabile istinto di contraddizione, ci siamo vestiti quasi tutti dei comodi panni della conformazione, dell'omologazione, perchè quelli del cambiamento ribelle li giudicavamo confacenti alle nostre esigenze solo a parole, devo dire con sincerità, anche grazie al convinto contributo di tanti pifferai di Hamelin, che ci hanno indicato ipotesi alternative e meno impegnative, sulla strada in cui era più pratica la nostra antagonista crudele: la democrazia.
Non stupisce, quindi, che , nei fatti, chi ha potuto ha cercato di privilegiare sé stesso e la sua ristrettissima cerchia, con varia fortuna, ma con il comune convincimento che il bene collettivo fosse una chimera da agitare davanti agli occhi dei sognatori irriducibili, mentre si creavano le premesse per la distruzione di tutto.
Ora che il cambiamento sembra quasi irreversibile e che la normalizzazione ha largamente vinto la sua guerra, non lasciando ai sognatori neppure un piccolo scontro in cui avere anche solo l'illusione della supremazia, ci lecchiamo le ferite di una vita buttata al vento, per quanto ci si cerchi delle attenuanti per sopportare il peso che tale conclusione porta nei nostri cuori.
L'occasione c'è sempre stata, da quando esiste il mondo, ma (nel nostro caso) è stata mal sfruttata a causa di nostra incapacità e per l'instancabile opera di cattivi maestri e pessimi esecutori, che non sono stati in grado di leggere correttamente la realtà, pur avendo (almeno in apparenza) lucidamente individuato la strada da seguire.
Quello che non avevamo compreso fino in fondo, perchè non avevamo strumenti per capirlo, era che la conoscenza, l'istruzione, la scalata alla ristretta cerchia dei sapienti con le loro stesse armi, avrebbe avuto molto più successo di una, cento, mille Smith & Wesson.
Quindi, eccoci qui, sul viale del tramonto, ad osservare con malcelata insofferenza il perpetuarsi della stupidità dei semplici, che avrà un corredo di sogni infranti e di panni collaterali, di cui verranno fatti vestire per deviare il percorso, secondo le modalità ormai secolarmente note.

mercoledì 1 novembre 2017

Sull'amore a colori


Iniziamo bene il nuovo mese, cominciamo con dei buoni propositi., ad esempio farei qualsiasi cosa per amore.
Insomma, proprio qualsiasi cosa, forse no, diciamo che farei molte cose per amore. 

Oddio, molte cose sono effettivamente un bell'impegno, sotto certi aspetti piuttosto gravoso, forse è meglio dire che farei alcune cose per amore.

Cioè, chiariamoci, alcune cose, dipende quali, insomma, farei qualcosina, magari nei ritagli di tempo, ma ora ho da fare, devo cominciare novembre e lo devo finire entro il trenta.
Ho capito, chiedo scusa, sono sicuro che se non fossi stato così indaffarato, avrei fatto qualsiasi cosa per amore, o giù di lì, ma devo finire novembre in tempo utile, se non lo avessi dovuto fare, sarebbe stato diverso... sapete come vanno queste cose, gli impegni sono impegni.
Beati voi che non avete nulla da fare e potete fare qualsiasi cosa per amore, io devo finire novembre, ho solo un mese di tempo, devo proprio andare...
"mi si secca il colore" (cit.)

domenica 8 ottobre 2017

L'amarezza dell'essere sociale

Il peso degli anni porta con sé un bagaglio in informazioni e considerazioni che piano piano influiscono sul pensiero di ciascuno.
Era arduo interpretare il significato del detto "da giovani incendiari e da vecchi pompieri" perché la vita sembrava non dover finire mai e le risorse di energia sembravano infinite.
Non è andata così, è andata peggio, la vita ha camminato col suo  passo lento, ma deciso ed è riuscita a vincere qualsiasi resistenza, qualsiasi volontà di piegarla al nostro volere.
Troppe sono le cose che l'ardore giovanile ci convince che saranno cambiate, nessun dubbio, nessuna incertezza. La prima favola che ci viene raccontata, con perfidia e malafede, è quella del bene comune, ci viene insegnata a scuola, a casa, in chiesa. Ci vogliono anni per superare il senso di disorientamento che ci avvolge quando ci rendiamo conto che sono solo parole e che tutti coloro che ci circondano, hanno tradito quegli insegnamenti, quegli impegni che l'orizzonte sociale ci aveva prospettato a tutto tondo.
Chi non ha avuto in dote l'insegnamento della furbizia, dell'opportunismo, dell'approfitto, della scaltrezza e dell'egoismo sopraffattore, si è trovato in minoranza e, a un certo punto, ha perduto la strada.
L'alienazione di sé stessi da sé stessi è stata la mano tesa che la società ha offerto ai suoi figli più deboli: droga, alcool, delinquenza di piccolo cabotaggio o un lavoro anonimo, in cui i soldi elargiti erano direttamente proporzionali alla capacità di estraniarsi dagli insegnamenti giovanili.
E ora? E ora non ci rimane che andare avanti in questa vita parallela, stando il più possibile affacciato al davanzale, evitando con cura di scendere in strada durante il perpetuo "encierro" che potrebbe mettere fine dolorosamente ai nostri giorni, o ci costringerebbe a una fuga che molti, fra quei pochi che siamo, non sarebbero in grado di affrontare con la dovuta rapidità.
Andiamo avanti e ci guardiamo bene da avvertire del pericolo di imbecillità imperante chi si affaccia al mondo come se fosse nuovo, propugnando la supremazia della morale sull'uomo, restiamo a guardare, con rassegnata consapevolezza, la fine di tutto quello in cui avevamo creduto e che ci ha fregato giorno per giorno, sottraendoci la possibilità di guardare in faccia la realtà, lasciandoci venerare un simulacro falso, come lo erano gli dei dell'Olimpo.
Questo è e, forse, sarà anche per il futuro. Perchè l'astuzia del Potere è avere inventato dei meccanismi che stritolano qualsiasi cosa, a parte il Potere stesso e le solide e curate mani che lo detengono dalla notte dei tempi e che continueranno a stringerlo saldamente per omnia secula seculorum.





Com'era quella storiella sulla democrazia? "tutti gli uomini sono uguali?" Che ridere, spassosissima,quella, poi, della sovranità che appartiene al popolo, ai cittadini, quella è proprio spassosa. I cittadini, questa mandria di imbecilli incolti non hanno alcuna capacità critica, puoi far credere loro quello che vuoi,
Pensa, ora si sono organizzati in fustigatori di costumi, predicando stupidi valori morali, in politica, ma ci pensi? Deridono e insultano i vecchi potenti, ladri (a loro dire), come se i loro rappresentanti fossero diversi, lascia che facciamo loro vedere la stanza del tesoro. Siamo ancora al nulla vestito di niente.
E ti ricordi prima di loro, quelli dell'indipendenza? Altra massa di cretini onanisti prima nel cervello che nei genitali, ti ricordi come hanno abboccato? Ci hanno messo altri vent'anni per rendersi conto di essere stati inculati e, ciononostante, continuano a fare raduni pieni di corna e bandiere del cazzo.
E che dire di quelli che si sono lasciati abbagliare dalle chiacchiere della televisione? Quelli che hanno creduto per trent'anni che un mondo inesistente si sarebbe realizzato per il volere di un uomo buono che avrebbe arricchito tutti?
Che idioti, se avessero studiato Dante, avrebbero imparato che non si ascoltano gli imbonitori, siano essi milanesi, che fiorentini, ma loro non hanno studiato, per fortuna siamo riusciti a neutralizzare quel pericoloso ordigno rappresentato dalla scuola pubblica. Ma scherziamo? ci manca solo che diamo la possibilità a milioni di deficienti di acculturarsi, di sviluppare uno spirito critico. Ci abbiamo messo cinquant'anni, ma finalmente la scuola pubblica è al de profundis.
L'interesse generale, altra stronzata che ci eravamo inventati, non esiste, non può esistere, ma come hanno fatto questi quattro deficienti a non capire che se la ricchezza veniva distribuita, non ci sarebbe stato più lo stimolo ad accrescerla: la ricchezza dev'essere un mito messo lì, con l'indicazione di strade per raggiungerlo e impossessarsene, mica dobbiamo dire che quelle strade non portano da nessuna parte, dobbiamo annuire e illudere questi milioni di deficienti del popolo (e già chiamarlo popolo mi ripugna), altro non sono che un'accozzaglia di bande che fanno finta di essere attratti dal bene comune, per ricavarne il massimo vantaggio personale, ambendo a una ricchezza che li porterebbe a uccidere la loro stessa madre. Sono schiavi inconsapevoli e quelli che vorrebbero veramente l'interesse collettivo sono pericolosi criminali da neutralizzare ad ogni costo.

venerdì 29 settembre 2017

Il rimedio è la povertà

Questa volta non risponderò ad personam, parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: «I poveri hanno sempre ragione», scritta alcuni mesi fa, e quest’altra: «il rimedio è la povertà. Tornare indietro? Sì, tornare indietro», scritta nel mio ultimo articolo.

Per la prima volta hanno scritto che sono “un comunista”, per la seconda alcuni lettori di sinistra mi accusano di fare il gioco dei ricchi e se la prendono con me per il mio odio per i consumi. Dicono che anche le classi meno abbienti hanno il diritto di “consumare”.

Lettori, chiamiamoli così, di destra, usano la seguente logica: senza consumi non c’è produzione, senza produzione disoccupazione e disastro economico. Da una parte e dall’altra, per ragioni demagogiche o pseudo-economiche, tutti sono d’accordo nel dire che il consumo è benessere, e io rispondo loro con il titolo di questo articolo.

Il nostro paese si è abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco. A tutti i livelli sociali, perché i consumi e gli sprechi livellano e le distinzioni sociali scompaiono, e così il senso più profondo e storico di “classe”. Noi non consumiamo soltanto, in modo ossessivo: noi ci comportiamo come degli affamati nevrotici che si gettano sul cibo (i consumi) in modo nauseante. Lo spettacolo dei ristoranti di massa (specie in provincia) è insopportabile. La quantità di cibo è enorme, altro che aumenti dei prezzi. La nostra “ideologia” nazionale, specialmente nel Nord, è fatta di capannoni pieni di gente che si getta sul cibo. La crisi? Dove si vede la crisi? Le botteghe di stracci (abbigliamento) rigurgitano, se la benzina aumentasse fino a mille lire tutti la comprerebbero ugualmente. Si farebbero scioperi per poter pagare la benzina. Tutti i nostri ideali sembrano concentrati nell’acquisto insensato di oggetti e di cibo. Si parla già di accaparrare cibo e vestiti. Questo è oggi la nostra ideologia. E ora veniamo alla povertà.

Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra.

Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”.

Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione.

Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.

Il nostro paese compra e basta. Si fida in modo idiota di Carosello (vedi Carosello e poi vai a letto, è la nostra preghiera serale) e non dei propri occhi, della propria mente, del proprio palato, delle proprie mani e del proprio denaro. Il nostra paese è un solo grande mercato di nevrotici tutti uguali, poveri e ricchi, che comprano, comprano, senza conoscere nulla, e poi buttano via e poi ricomprano. Il denaro non è più uno strumento economico, necessario a comprare o a vendere cose utili alla vita, uno strumento da usare con parsimonia e avarizia. No, è qualcosa di astratto e di religioso al tempo stesso, un fine, una investitura, come dire: ho denaro, per comprare roba, come sono bravo, come è riuscita la mia vita, questo denaro deve aumentare, deve cascare dal cielo o dalle banche che fino a ieri lo prestavano in un vortice di mutui (un tempo chiamati debiti) che danno l’illusione della ricchezza e invece sono schiavitù. Il nostro paese è pieno di gente tutta contenta di contrarre debiti perché la lira si svaluta e dunque i debiti costeranno meno col passare degli anni.

Il nostro paese è un’enorme bottega di stracci non necessari (perché sono stracci che vanno di moda), costosissimi e obbligatori. Si mettano bene in testa gli obiettori di sinistra e di destra, gli “etichettati” che etichettano, e che mi scrivono in termini linguistici assolutamente identici, che lo stesso vale per le ideologie. Mai si è avuto tanto spreco di questa parola, ridotta per mancanza di azione ideologica non soltanto a pura fonia, a flatus vocis ma, anche quella, a oggetto di consumo superfluo.

I giovani “comprano” ideologia al mercato degli stracci ideologici così come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l’hanno voluta disprezzare nell’euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro “qualità”, la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c’è di tutto, vedi l’estremismo) che viene servito e pubblicizzato come l’élite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e all’opposizione. L’obbligo mondano impone la boutique ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del grand marché aux puces ideologico e politico di questi anni. Oggi, i più snob tra questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo.
La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona.


Per le ideologie vale la stessa regola. Scegliere una ideologia perché è più bella (oltre che più “corretta”, come dice la linguistica del mercato degli stracci linguistici). Anzi, bella perché giusta e giusta perché conosciuta nella sua qualità reale. La divisa dell’Armata Rossa disegnata da Trotzky nel 1917, l’enorme cappotto di lana di pecora grigioverde, spesso come il feltro, con il berretto a punta e la rozza stella di panno rosso cucita a mano in fronte, non soltanto era giusta (allora) e rivoluzionaria e popolare, era anche bella come non lo è stata nessuna divisa militare sovietica. Perché era povera e necessaria. La povertà, infine, si cominci a impararlo, è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. Ma non mettiamola sul mercato anche quella, come i blue jeans con le pezze sul sedere che costano un sacco di soldi. Teniamola come un bene personale, una proprietà privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salverà il nostro paese».


Goffredo Parise
Corriere della Sera
30 giugno 1974