domenica 8 ottobre 2017

L'amarezza dell'essere sociale

Il peso degli anni porta con sé un bagaglio in informazioni e considerazioni che piano piano influiscono sul pensiero di ciascuno.
Era arduo interpretare il significato del detto "da giovani incendiari e da vecchi pompieri" perché la vita sembrava non dover finire mai e le risorse di energia sembravano infinite.
Non è andata così, è andata peggio, la vita ha camminato col suo  passo lento, ma deciso ed è riuscita a vincere qualsiasi resistenza, qualsiasi volontà di piegarla al nostro volere.
Troppe sono le cose che l'ardore giovanile ci convince che saranno cambiate, nessun dubbio, nessuna incertezza. La prima favola che ci viene raccontata, con perfidia e malafede, è quella del bene comune, ci viene insegnata a scuola, a casa, in chiesa. Ci vogliono anni per superare il senso di disorientamento che ci avvolge quando ci rendiamo conto che sono solo parole e che tutti coloro che ci circondano, hanno tradito quegli insegnamenti, quegli impegni che l'orizzonte sociale ci aveva prospettato a tutto tondo.
Chi non ha avuto in dote l'insegnamento della furbizia, dell'opportunismo, dell'approfitto, della scaltrezza e dell'egoismo sopraffattore, si è trovato in minoranza e, a un certo punto, ha perduto la strada.
L'alienazione di sé stessi da sé stessi è stata la mano tesa che la società ha offerto ai suoi figli più deboli: droga, alcool, delinquenza di piccolo cabotaggio o un lavoro anonimo, in cui i soldi elargiti erano direttamente proporzionali alla capacità di estraniarsi dagli insegnamenti giovanili.
E ora? E ora non ci rimane che andare avanti in questa vita parallela, stando il più possibile affacciato al davanzale, evitando con cura di scendere in strada durante il perpetuo "encierro" che potrebbe mettere fine dolorosamente ai nostri giorni, o ci costringerebbe a una fuga che molti, fra quei pochi che siamo, non sarebbero in grado di affrontare con la dovuta rapidità.
Andiamo avanti e ci guardiamo bene da avvertire del pericolo di imbecillità imperante chi si affaccia al mondo come se fosse nuovo, propugnando la supremazia della morale sull'uomo, restiamo a guardare, con rassegnata consapevolezza, la fine di tutto quello in cui avevamo creduto e che ci ha fregato giorno per giorno, sottraendoci la possibilità di guardare in faccia la realtà, lasciandoci venerare un simulacro falso, come lo erano gli dei dell'Olimpo.
Questo è e, forse, sarà anche per il futuro. Perchè l'astuzia del Potere è avere inventato dei meccanismi che stritolano qualsiasi cosa, a parte il Potere stesso e le solide e curate mani che lo detengono dalla notte dei tempi e che continueranno a stringerlo saldamente per omnia secula seculorum.





Com'era quella storiella sulla democrazia? "tutti gli uomini sono uguali?" Che ridere, spassosissima,quella, poi, della sovranità che appartiene al popolo, ai cittadini, quella è proprio spassosa. I cittadini, questa mandria di imbecilli incolti non hanno alcuna capacità critica, puoi far credere loro quello che vuoi,
Pensa, ora si sono organizzati in fustigatori di costumi, predicando stupidi valori morali, in politica, ma ci pensi? Deridono e insultano i vecchi potenti, ladri (a loro dire), come se i loro rappresentanti fossero diversi, lascia che facciamo loro vedere la stanza del tesoro. Siamo ancora al nulla vestito di niente.
E ti ricordi prima di loro, quelli dell'indipendenza? Altra massa di cretini onanisti prima nel cervello che nei genitali, ti ricordi come hanno abboccato? Ci hanno messo altri vent'anni per rendersi conto di essere stati inculati e, ciononostante, continuano a fare raduni pieni di corna e bandiere del cazzo.
E che dire di quelli che si sono lasciati abbagliare dalle chiacchiere della televisione? Quelli che hanno creduto per trent'anni che un mondo inesistente si sarebbe realizzato per il volere di un uomo buono che avrebbe arricchito tutti?
Che idioti, se avessero studiato Dante, avrebbero imparato che non si ascoltano gli imbonitori, siano essi milanesi, che fiorentini, ma loro non hanno studiato, per fortuna siamo riusciti a neutralizzare quel pericoloso ordigno rappresentato dalla scuola pubblica. Ma scherziamo? ci manca solo che diamo la possibilità a milioni di deficienti di acculturarsi, di sviluppare uno spirito critico. Ci abbiamo messo cinquant'anni, ma finalmente la scuola pubblica è al de profundis.
L'interesse generale, altra stronzata che ci eravamo inventati, non esiste, non può esistere, ma come hanno fatto questi quattro deficienti a non capire che se la ricchezza veniva distribuita, non ci sarebbe stato più lo stimolo ad accrescerla: la ricchezza dev'essere un mito messo lì, con l'indicazione di strade per raggiungerlo e impossessarsene, mica dobbiamo dire che quelle strade non portano da nessuna parte, dobbiamo annuire e illudere questi milioni di deficienti del popolo (e già chiamarlo popolo mi ripugna), altro non sono che un'accozzaglia di bande che fanno finta di essere attratti dal bene comune, per ricavarne il massimo vantaggio personale, ambendo a una ricchezza che li porterebbe a uccidere la loro stessa madre. Sono schiavi inconsapevoli e quelli che vorrebbero veramente l'interesse collettivo sono pericolosi criminali da neutralizzare ad ogni costo.

venerdì 29 settembre 2017

Il rimedio è la povertà

Questa volta non risponderò ad personam, parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: «I poveri hanno sempre ragione», scritta alcuni mesi fa, e quest’altra: «il rimedio è la povertà. Tornare indietro? Sì, tornare indietro», scritta nel mio ultimo articolo.

Per la prima volta hanno scritto che sono “un comunista”, per la seconda alcuni lettori di sinistra mi accusano di fare il gioco dei ricchi e se la prendono con me per il mio odio per i consumi. Dicono che anche le classi meno abbienti hanno il diritto di “consumare”.

Lettori, chiamiamoli così, di destra, usano la seguente logica: senza consumi non c’è produzione, senza produzione disoccupazione e disastro economico. Da una parte e dall’altra, per ragioni demagogiche o pseudo-economiche, tutti sono d’accordo nel dire che il consumo è benessere, e io rispondo loro con il titolo di questo articolo.

Il nostro paese si è abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco. A tutti i livelli sociali, perché i consumi e gli sprechi livellano e le distinzioni sociali scompaiono, e così il senso più profondo e storico di “classe”. Noi non consumiamo soltanto, in modo ossessivo: noi ci comportiamo come degli affamati nevrotici che si gettano sul cibo (i consumi) in modo nauseante. Lo spettacolo dei ristoranti di massa (specie in provincia) è insopportabile. La quantità di cibo è enorme, altro che aumenti dei prezzi. La nostra “ideologia” nazionale, specialmente nel Nord, è fatta di capannoni pieni di gente che si getta sul cibo. La crisi? Dove si vede la crisi? Le botteghe di stracci (abbigliamento) rigurgitano, se la benzina aumentasse fino a mille lire tutti la comprerebbero ugualmente. Si farebbero scioperi per poter pagare la benzina. Tutti i nostri ideali sembrano concentrati nell’acquisto insensato di oggetti e di cibo. Si parla già di accaparrare cibo e vestiti. Questo è oggi la nostra ideologia. E ora veniamo alla povertà.

Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra.

Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”.

Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione.

Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.

Il nostro paese compra e basta. Si fida in modo idiota di Carosello (vedi Carosello e poi vai a letto, è la nostra preghiera serale) e non dei propri occhi, della propria mente, del proprio palato, delle proprie mani e del proprio denaro. Il nostra paese è un solo grande mercato di nevrotici tutti uguali, poveri e ricchi, che comprano, comprano, senza conoscere nulla, e poi buttano via e poi ricomprano. Il denaro non è più uno strumento economico, necessario a comprare o a vendere cose utili alla vita, uno strumento da usare con parsimonia e avarizia. No, è qualcosa di astratto e di religioso al tempo stesso, un fine, una investitura, come dire: ho denaro, per comprare roba, come sono bravo, come è riuscita la mia vita, questo denaro deve aumentare, deve cascare dal cielo o dalle banche che fino a ieri lo prestavano in un vortice di mutui (un tempo chiamati debiti) che danno l’illusione della ricchezza e invece sono schiavitù. Il nostro paese è pieno di gente tutta contenta di contrarre debiti perché la lira si svaluta e dunque i debiti costeranno meno col passare degli anni.

Il nostro paese è un’enorme bottega di stracci non necessari (perché sono stracci che vanno di moda), costosissimi e obbligatori. Si mettano bene in testa gli obiettori di sinistra e di destra, gli “etichettati” che etichettano, e che mi scrivono in termini linguistici assolutamente identici, che lo stesso vale per le ideologie. Mai si è avuto tanto spreco di questa parola, ridotta per mancanza di azione ideologica non soltanto a pura fonia, a flatus vocis ma, anche quella, a oggetto di consumo superfluo.

I giovani “comprano” ideologia al mercato degli stracci ideologici così come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l’hanno voluta disprezzare nell’euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro “qualità”, la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c’è di tutto, vedi l’estremismo) che viene servito e pubblicizzato come l’élite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e all’opposizione. L’obbligo mondano impone la boutique ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del grand marché aux puces ideologico e politico di questi anni. Oggi, i più snob tra questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo.
La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona.


Per le ideologie vale la stessa regola. Scegliere una ideologia perché è più bella (oltre che più “corretta”, come dice la linguistica del mercato degli stracci linguistici). Anzi, bella perché giusta e giusta perché conosciuta nella sua qualità reale. La divisa dell’Armata Rossa disegnata da Trotzky nel 1917, l’enorme cappotto di lana di pecora grigioverde, spesso come il feltro, con il berretto a punta e la rozza stella di panno rosso cucita a mano in fronte, non soltanto era giusta (allora) e rivoluzionaria e popolare, era anche bella come non lo è stata nessuna divisa militare sovietica. Perché era povera e necessaria. La povertà, infine, si cominci a impararlo, è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. Ma non mettiamola sul mercato anche quella, come i blue jeans con le pezze sul sedere che costano un sacco di soldi. Teniamola come un bene personale, una proprietà privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salverà il nostro paese».


Goffredo Parise
Corriere della Sera
30 giugno 1974

domenica 24 settembre 2017

Servirebbe un altro Marx, ma la politica oggi è degli stupidi.

di Antonello Caporale 
“Questo sarebbe il tempo giusto per un nuovo Marx, ma il pensiero non si coltiva in serra e la storia non coincide con la nostra biografia. Avremmo bisogno di uomini che stiano un gradino più in alto del resto della società e invece ci ritroviamo a essere governati con gente che è risucchiata nel gorgo della stupidità. Come si può pensare alla rivoluzione – qualunque tipo o modello di riforma strutturale dell’esistente – se il nostro sguardo sul mondo è destinato per tutto il giorno unicamente alle variazioni sul display del nostro telefonino?”.
Era il 1867 quando fu pubblicato il Libro I del Capitale di Karl Marx. Centocinquanta anni fa il filosofo di Treviri mandò alle stampe il volume che avrebbe promosso, sostenuto e accompagnato passioni e reazioni, condotto in piazza milioni di persone, trasformando il senso del giusto e dell’ingiusto. E Aldo Masullo, classe 1923, massimo studioso delle differenze tra idealismo e materialismo, ha attraversato il secolo scorso leggendo e rileggendo Marx per i suoi studenti.
“Un’opera immensa. Ha annunciato il nuovo mondo. Ha spiegato e anticipato i caratteri del mondo borghese, del principio del tutti almeno formalmente uguali, della statuizione che ciascuno, indifferentemente dalla condizione sociale, è pari all’altro. Si usciva dal feudalesimo, dalla vita legata dallo status: feudatario, vassallo, plebeo. Grazie a lui si apre il mondo moderno, si afferma il principio della uguaglianza astratta. Sia che tu sia dritto o gobbo, intelligente o stupido, avrai da pagare le stesse mie tasse”.
Marx sembra Dio.
“L’enormità del suo pensiero non è sempre valutabile positivamente. Perché tutto ciò che è enorme straripa di fronte alle necessità dell’uomo. La storia che noi viviamo è sempre più grande della nostra condizione”.
Era troppo avanti?
“Sì, potremmo dire con un linguaggio attuale che ha esondato un po’”.
Non c’è dubbio però che grazie a lui il lavoro non è divenuto solo merce da vendere ma anche un valore da difendere.
“Quanto è stata grande e rivoluzionaria questa consapevolezza? Quanto ha fatto Marx perché fosse contrastato il principio secondo il quale lavoratore vende forza lavoro e il capitalista lo compra. Il teorema per cui tutto si può comprare e tutto si può vendere. E infatti oggi si vende anche la dignità. Tutto ha un prezzo: nelle democrazie fragili sudamericane o in quelle africane non c’è giudice che non si possa comprare, non c’è sentenza che non si possa addolcire”.
Lei parla dell’oggi, come se i progressi del secolo scorso non fossero serviti a niente. Tutto regredisce, si torna indietro.
“No. Ricordi che la storia è dinamica, è movimento e non coincide con il tempo che viviamo. La grandezza di Marx è stata quella di aver aiutato l’umanità almeno a ricercare forme nuove di vita, a conquistare spazi in cui la dignità e la libertà acquisissero un senso diverso e nuovo”.
Il comunismo relegò in gattabuia le libertà e costrinse milioni di persone a una vita di stenti.
“Parlo dei diritti conquistati durante le grandi lotte sociali nell’Occidente libero e democratico. Grazie a quella spinta teorica siamo giunti allo sciopero, che è un diritto diverso dalla rivoluzione o dalla sovversione. Si stabilisce attraverso delle regole la possibilità del massimo conflitto col massimo rispetto della legge. È una cosa enorme”.
Perché oggi sembra tutto così lontano, così perduto? Non ha più senso parlare di lotta di classe, fa sorridere solo immaginarla possibile. E i diritti regrediscono, il lavoro torna a essere merce, quindi ad avere un prezzo senza nessun valore.
“Quando si hanno trasformazioni degli assetti sociali così cruente, quando la classe dirigente si connette fino a divenire satellite del potere finanziario, il capitale, o meglio i capitalisti, non trovano più conveniente investire nella capacità produttiva, ma investono nel circuito finanziario globale. La moneta produce moneta e tutto si concentra nello sviluppo di tecnologie che riducano la necessità dell’apporto della forza lavoro. Piano piano il lavoro manuale viene dismesso, poi anche quello intellettuale non creativo”.
L’operaio come una escrescenza sociale.
“Bauman parla di scarto. Divengono elementi di scarto. Certo, non succederà che finiremo di morire di fame ma si ridurrà il prezzo e il valore del lavoro. Si entra nel campo della misericordia, della pietas”.
Il declino inarrestabile.
“Lei si fa condizionare dall’angoscia dell’attualità che non trova risposte. Ma i tempi della storia non corrispondono a quelli della cronaca. E se, come abbiamo detto e ripetuto, la storia è movimento, le crisi recessive sono parti di quel movimento”.
Quindi cosa resta del grande Marx, solo cenere?
“Il suo pensiero ha costruito il mondo nuovo, il mondo moderno che abbiamo conosciuto.
La regressione civile ed economica che stiamo vivendo non può in ogni caso sospendere i caratteri fondativi della natura umana, l’elementarietà dell’uomo con i suoi bisogni indefettibili e irrinunciabili. È certo che l’uomo continuerà a mangiare, a sperare, a fare l’amore”.
Non ci sono più i pensatori di una volta.
“È la constatazione di una povertà generale e trasversale. Non è solo la classe dirigente del nostro Paese, è l’autorità che ha perso ogni distintivo di capacità di guardare oltre. Alzi lo sguardo e cosa vedi? Cordate di leader collegati a cordate di multinazionali, in una cointeressenza tra funzione di governo e speculazione finanziaria che erode spazi di libertà, di avanzamento professionale e culturale. C’è poi una parte del mondo soggiogata dal circuito malefico dell’industria delle armi che la priva – è il caso dell’Africa e dell’Oriente – di ogni dignità e la costringe a una migrazione senza diritti”.
Ma abbiamo detto che l’uomo spera.
“Questo è il tempo della stupidità al potere. La storia ci dirà quanto avrà resistito”.


Articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano, 15 settembre 2017


giovedì 21 settembre 2017

Saggezza d'altri tempi

Ci sono molti sentieri che portano nello stesso posto.
(proverbio Apachi)

domenica 17 settembre 2017

Da "Altra Toscana"

Nubifragio a Livorno, la tragedia e il balletto delle irresponsabilità

di FILIPPO PETROCELLI
Nel disastro di Livorno e negli sconcertanti siparietti che l’hanno seguito c’è un dato incontrovertibile: il sindaco Filippo Nogarin, l’autorità preposta a coordinare le attività di protezione civile sul territorio comunale, quella notte non era presente. Perché, non è dato saperlo. Forse dormiva, ed è stato svegliato dal suo capogabinetto solo alle 6.45 di domenica mattina quando il dramma si era già consumato, come ha affermato in un comunicato stampa di giovedì 14 settembre. Forse invece, come ha raccontato in una emblematica intervista rilasciata il giorno prima a Michela Berti del Telegrafo, stava togliendo l’acqua dallo scantinato di casa sua allagato e non si è reso conto di ciò che gli succedeva intorno. Voleva telefonare ma non aveva campo, per nessuno dei due telefoni a suo disposizione; poi voleva uscire ma non riusciva ad aprire l’avvolgibile elettrico, né il cancello, per via del black-out. Insomma, un insieme di circostanze sfavorevoli che lascia interdetti.
Solo dopo le 7.30 di domenica mattina Nogarin, “senza aver preso neanche un caffè” come ha dichiarato ai Tg e senza una lacrima per i concittadini morti, si è fatto vivo negli uffici dove per tutta la notte soltanto un tecnico reperibile aveva tentato di raccapezzarsi in mezzo agli elementi naturali scatenati.
Secondo una ricostruzione affidabile, a un certo punto nella sala operativa si è trovato da solo il geometra comunale Luca Soriani. I suoi diretti superiori – Michela Pedini e Riccardo Stefanini – erano in ferie. Riccardo Pucciarelli, comandante della polizia municipale e dirigente della protezione civile comunale, vive fuori Livorno ed era a casa. A un certo punto Soriani, pur di avere a disposizione una base e un supporto, si è spostato dai vigili del fuoco. La sala operativa è rimasta vuota quando Soriani è uscito, come scrive nel report, per controllare la situazione. La gente chiamava, chiedeva aiuto e non rispondeva nessuno.
Eppure poche settimane prima il sindaco Nogarin, nella sua strombazzata rivoluzione di mezza estate della macchina comunale, di fatto aveva smantellato il dipartimento di protezione civile. Il dirigente Leonardo Gonnelli, quindici anni nella protezione civile e una fama di persona competente e scrupolosa, oltre che lavoratore indefesso, è stato spedito al traffico. Non solo, il grosso del suo staff fatto di geologi e geometri esperti, è stato disperso in altri uffici. La protezione civile di fatto è stata derubricata a sotto-ufficio della polizia municipale, e Pucciarelli non ha fatto in tempo ad attrezzarsi con i tecnici rimasti e probabilmente a prendere contezza di quello che rappresenta un ufficio del genere.
Una spiegazione razionale di tutto questo non c’è. I rumors vogliono che Gonnelli sia considerato troppo legato alla precedente amministrazione e amico personale dell’ex sindaco Alessandro Cosimi. Pare poi che a Livorno il sistema di Alert system (messo in piedi dall’ex dirigente del settore) ovvero l’allerta telefonica che scatta a seguito delle allerte della protezione civile regionale, non può essere diramata se non “sentito il sindaco”. E quella notte il sindaco, come si è detto, non c’era.
Una motivazione ufficiale dell’emarginazione di Gonnelli e dello smantellamento del suo ufficio non c’è. Ma è evidente che si è sottovalutata l’importanza di un sistema comunale di protezione civile strutturato, in grado di monitorare il territorio dopo le allerte, e gestire le emergenze, avvisando la popolazione. In casi estremi, di evacuarla.
Resta l’incredulità e il dolore per quelle persone che sono morte: Martina, la giovane travolta nella sua casa e portata dalla furia dell’acqua a chilometri di distanza, la famiglia Ramacciotti, mamma, babbo e un bambino (solo la piccola Camilla di tre anni è stata salvata da un vicino, mentre il nonno tentava l’impossibile ed è annegato a sua volta). Amarezza e impotenza per tutti quelli che hanno letteralmente perso case e attività. E sono tanti.
Certo, l’evento meteo è stato enorme, talmente grande che danni ingenti ci sarebbero stati comunque. Forse se si fosse invitato, con l’allerta telefonica, o con le pattuglie di vigili muniti di megafoni, la gente ad abbandonare i piani bassi delle case, come ha fatto invece il sindaco di Collesalvetti, qualcuno poteva salvarsi. Chissà. Resta il fatto che a Livorno nessuno ci ha nemmeno provato ad avvertire dell’imminente pericolo.
A coronamento del tutto, l’attacco pronti via tramite Tv, comunicati stampa e social del sindaco Nogarin alla Regione, rea di emanare un giorno sì e uno no un’allerta arancione (“e poi a volte non è caduta nemmeno una goccia d’acqua”); la risposta piccata al vescovo, reo di aver chiesto perché la città non era stata avvisata (“lui si occupi delle anime”); la gaffe, davvero infelice in diretta tv (“io non sono mica venuto giù con la piena”, crudele per i parenti di chi, come la giovane Martina, con la piena è stata davvero trascinata dalla collina fino al mare). E infine il caso – inaccettabile vista la tragedia – del comunicato stampa sbagliato (titolo: “Nubifragio, così si è mossa la protezione civile comunale”), che ha portato a dimissioni del portavoce, ritiro delle dimissioni ed ennesimo scaricabarile.
Vale la pena di soffermarsi su questo curioso girotondo comunicativo. Mercoledì in tardo pomeriggio l’ufficio comunicazione e marketing del Comune spedisce una nota con il report delle attività svolte dalla protezione civile nella notte tra sabato 9 e domenica 10 settembre. Il report si conclude alle 22 e qualcosa, quindi i giornali il giorno escono con la notizia che la protezione civile da una cert’ora in poi non aveva fatto più nulla. Colpo di scena, si dimette il portavoce del sindaco Tommaso Tafi, dichiarando che del comunicato erroneamente non ne era stato inviato un pezzo, assumendosi tutta la responsabilità dell’errore e del danno di immagine causato alla protezione civile del Comune che invece aveva “affrontato l’emergenza con professionalità, tempismo e coraggio”.
A seguire viene mandato alla stampa il comunicato completo (leggi qui). Da cui peraltro si evince la solitudine del povero tecnico reperibile. Passa qualche ora e Nogarin respinge le dimissioni di Tafi, anzi, il suo gesto nobile (“Un errore può capitare a chiunque”) puntando invece il dito sul suo capogabinetto, Massimiliano Lami, e rettificando parzialmente la ricostruzione del comunicato con il report della notte drammatica: “Voglio però precisare, rispetto alla ricostruzione effettuata dalla Protezione civile – afferma il primo cittadino –  che io sono stato avvertito del disastro per la prima volta dal mio capo di gabinetto, Massimiliano Lami, alle ore 6.46”. Vale a dire che mentre toglieva l’acqua dal suo scantinato non gli era venuto in mente di informarsi di come stesse il resto della città. Ma tant’è.
E le curiosità non sono finite. Pure il dirigente della protezione civile, Riccardo Pucciarelli, fa la sua bella precisazione sul comunicato con il report della protezione civile, evidentemente senza averlo riletto prima di inoltrarlo. Infatti si legge nel comunicato: “Le operazioni in cooperazione con i VVF si svolgono tra le ore 04.10 e le ore 7.30 circa presso la sala operativa VVF. In questo periodo di tempo il referente della protezione civile segnala l’evolversi della situazione sia al dirigente della protezione civile Pucciarelli sia al sindaco”. Pucciarelli, da parte sua, si contraddice: “Preciso che nel periodo di tempo sopraindicato (tra le ore 4,10 e le ore 7,30) non ho ricevuto alcuna comunicazione telefonica da parte della protezione civile, né vi è stato alcun tentativo di contatto telefonico registrato sul mio numero di cellulare”.
Si bisticcia, ci si rimpalla la responsabilità, si gioca a flipper con i comunicati stampa, senza una parola di cordoglio per i morti e per i livornesi che hanno perso casa e attività. Chi si aspettava le dimissioni del sindaco, resterà deluso. Certo non ha colpa Nogarin dell’evento meteo eccezionale, dei mesi di siccità che hanno fatto scivolare l’acqua sul terreno come se fosse stato di marmo, dell’edificazione eccessiva sulle colline livornesi e dei fiumi tombati decenni prima. Ma ricordiamoci che Livorno ha già una storia da raccontare in cui la mancanza di una organizzazione per fronteggiare situazioni di emergenza è finita in una disastro: “Moby Prince, 140 morti, nessun colpevole”.
Qualcuno la responsabilità di non aver avvisato e di non aver messo in atto le procedure previste dalla legge in materia di protezione civile se le dovrà pur prendere. O no?

domenica 27 agosto 2017

Definizioni


Chi sono i terroristi? 
Di certo quelli che stanno dalla parte dei cattivi, su questo credo che siamo tutti d'accordo.
Chi ha ideato questo titolo "Sfregio nel cuore di Roma: il Colosseo è di Allah" (che non ha nessuna attinenza con le notizie riportate nell'articolo, che riportiamo più sotto) lo consideriamo nella parte della lavagna in cui abbiamo scritto i nomi dei buoni o lo inseriamo nella parte dedicata ai cattivi?
Ognuno è, ovviamente, libero di stabilire quale sia la sua idea
Ecco il contenuto dell'articolo di Libero Quotidiano del 25 agosto 2017, che riportiamo integralmente affinchè non ci siano dubbi che abbiamo evidenziato solo una parte, a nostro esclusivo tornaconto.

"L'appuntamento è il primo settembre. Quel giorno i musulmani invaderanno il Colosseo per trasformare la zona in una moschea a cielo aperto. Sotto l'Anfiteatro Flavio si riuniranno i fedeli del'islam romano, riferisce Il Tempo, come è accaduto a ottobre scorso.

L'occasione per gli islamici è ghiotta: è l'Eid Al Adha, la festa del sacrificio di Abramo. Organizza l'associazione bengalese Dhuumcatu, che ha deciso di trasformare via San Gregorio, sotto l'Arco di Costantino, in moschea. "In questa ricorrenza i musulmani ricordano il Sacrificio di Profeta Abramo", si legge sulla loro pagina Facebook, "su di lui la pace, e sarà anche l'occasione per ribadire la nostra indignazione nei confronti di attentati come quello a Barcellona di pochi giorni fa in cui hanno perso la vita 15 persone, tra cui 3 italiani". Prosegue l'associazione: "Questi criminali devono sapere che non potranno mai considerarsi musulmani coloro i quali costituiscono un pericolo per gli altri, anche con le parole pronunciate".

La manifestazione è in attesa della autorizzazione da parte della Questura di Roma. A ottobre scorso oltre 500 musulmani si sono riuniti sotto l'Arco di Costantino per pregare e per chiedere al Campidoglio di includere i luoghi di culto islamici nel piano urbanistico. "Chiudere un luogo di preghiera è un atto contro la fede", avano urlato. Aggiungendo l'ovvio: "Allah Akbar significa Dio è grande, e questo non è terrorismo". Resta però un'immagine, più che simbolica: il Colosseo in mano all'islam."

mercoledì 23 agosto 2017

Il Segretario e la Presidente


"Il segretario del Sindacato Autonomo di Polizia Gianni Tonelli dice la sua a proposito della decisione di Laura Boldrini di denunciare gli “hater”, coloro che la insultano online.
Scriveva la presidente qualche giorno fa: “Da oggi in poi quindi tutelerò la mia persona e il ruolo che ricopro ricorrendo, se necessario, alle vie legali. Il tenore di questi commenti ha superato il limite consentito”. La terza carica dello Stato ha sopportato abbastanza, e dopo una lunga riflessione “dopo quattro anni e mezzo di quotidiane sconcezze, minacce e messaggi violenti ho pensato che avevo il dovere di prendere questa decisione come donna, come madre e come rappresentante delle istituzioni”.
onelli ha deciso di rispondere alla Boldrini sulle colonne de Il Tempo: “Non entro nel merito dei commenti smodati, volgari e inutili, che non condivido, verso la persona politica Boldrini, oggi Presidente della Camera.”
“Io considero la Boldrini persona detestabile – spiega Tonelli – perché sono convinto che neppure lei ci creda alle cose che dice. Le democrazie occidentali, particolarmente in Italia, consentono la coltivazione di “orticoli” di consenso che trasformano la politica in tante greppie di comodo. Si sfruttano le disgrazie globali, i disagi sociali, le miserie umane per fare i paladini degli oppressi, degli sfortunati o degli ultimi, magari in cashmere. Poco importa se le modalità di questo, per nulla genuino, attivismo determinano una involuzione della nostra società. Non si indirizza il disagio verso la virtù stimolando i singoli a migliorarsi, a provare o a persistere nel entrate fornendo loro delle opportunità di riscatto, ma verso la contestazione di tutto e di tutti, pretendendo sempre e comunque, senza promuovere un concetto onesto di relazione sociale in cui i cittadini devono prima dare per costruire e poi chiedere. Si elevano artatamente gli obiettivi dell’evoluzione civile e umana come immediati imperativi anche se l’impatto è devastante sull’oggi. Per questo detesto la Boldrini. Quando il presidente della Camera mostra ostilità contro le forze dell’ordine, quando sostiene, non per carità cristiana o solidarietà umana che gli immigrati, presenti e futuri, sono risorse infinite per gli italiani o mille altre “strampalerie”, io penso lo faccia unicamente per mantenere una sintonia con la linea del suo “orto di consenso”, che gli ha regalato il terzo scranno dello Stato, con privilegi e prebende al seguito. Come è possibile pretendere – si chiede Tonelli – che la Boldrini sia disposta, per amore di verità, obiettività e onestà intellettuale e solo per rendersi simpatica, a sputare sul piatto dorato che tanta fortuna gli ha portato?” conclude.".

Un ammalato concetto di democrazia si cela dietro le dichiarazioni contenute in questo articolo, pubblicato il 17 agosto 2017 dalla testata DirettaNews 24, rilasciate da Gianni Tonelli, segretario SAP (sindacato autonomo di Polizia).
I fatti sono i seguenti:  il rappresentante sindacale che tutela i diritti degli uomini e delle donne appartenenti al Corpo della Polizia di Stato, si lancia in giudizi poco lusinghieri sulla terza carica dello Stato, in pratica esprime il suo disprezzo per un'Istituzione che è chiamato a difendere, anche a costo della vita, perchè la persona che riveste tale carica non gli è gradita.
Questo sta a significare che un rappresentantre di qualsiasi Corpo dello Stato non ha diritto ad avere una sua idea, un'opinione? Certo che no, ci mancherebbe altro.
Questo significa che se un Tutore dell'Ordine, chiamato a rappresentare e, quindi, ad avere una visibilità pubblica di un certo rilievo, non si può permettere di lanciarsi in proclami avverso una carica di quello Stato che lui stesso ha giurato di difendere a qualunque costo e non ha certo subordinato tale impegno solenne alla simpatia o antipatia che emana il politico a cui la carica viene affidata.
Poniamo, ad esempio, che ci trovassimo in presenza di grave pericolo immediato per la vita della Presidente Boldrini e il poliziotto Tonelli fosse chiamato a fare il suo dovere, difendere cioé ad ogni costo, anche il più estremo, la terza carica dello Stato, lo farebbe? 
Con le dichiarazioni che si è premurato di divulgare, vengono forti dubbi, ma ci si augura sempre che il senso del dovere, che questa volta è mancato in nome di un malinteso principio di democrazia, in tale occasione possa essere prontamente ripristinato.