sabato 22 dicembre 2018

Età.

Arriva l'età in cui l'imbecillità diventa insopportabile, sia la propria che quella altrui

venerdì 21 dicembre 2018

Tagli all'Editoria.

Che il popolo 5 stelle sia un popolo preda di credenze popolari o popolaresche, è cosa condivisa da molti italiani. È tuttavia vero che sono la forza più consistente risultata dalle elezioni di marzo 2018.
Come lo siano diventato è da vedere, anche se il sospetto che la loro fortuna elettorale si fondi su alcune visioni molto fantasiose della realtà, diventa ogni giorno più pressante.
Prendiamo uno dei cavalli di battaglia, i contributi statali all'Editoria che tanto piace ai fan del partito di Grillo.
Il Manifesto del 19/12/18 pubblica un interessante articolo sull'argomento, da cui si evincono come molti aspetti della questioni siano stati trattati con vere e proprie menzogne.
Qui troviamo il link dell'articolo e di seguito riportiamo i paragrafi che lo compongono e che smascherano  le falsità dei leader del Movimento a riguardo.


Tagli all’editoria, un emendamento pieno di bugie

Fact checking. Tra dicerie, propaganda e mezze verità facciamo una verifica dei fatti a proposito dell'abrogazione delle norme a sostegno dell’editoria che il governo vuole introdurre nel maxiemendamento alla manovra di bilancio
EDIZIONE DEL  19.12.2018
PUBBLICATO 18.12.2018, 23:59
AGGIORNATO 19.12.2018, 21:46
Abbiamo sottoposto alcune affermazioni di dirigenti giallobruni sull’editoria alla verifica dei fatti.
Vediamo.

1) TUTTI I GIORNALI PRENDONO SOLDI PUBBLICI

FALSO. Dopo anni di propaganda, pochi giorni fa è stato lo stesso sottosegretario Vito Crimi ad ammettere che su 18mila testate registrate in Italia, solo 150 prendono contributi pubblici (Crimi al Gr1 Rai del 16 dicembre). Come spieghiamo qui, solo editori con determinate caratteristiche accedono al fondo per il pluralismo.
I cosiddetti «giornaloni» (Repubblica, Corsera, Fatto, etc.) sono quotati in borsa e hanno normali azionisti che li finanziano. Usufruiscono (ma solo fino al 2019 se passa la manovra) di una trentina di milioni in agevolazioni e sconti per spese definite da diverse leggi.

2) L’EDITORIA È IL SETTORE CHE RICEVE PIÙ FONDI PUBBLICI

FALSO. Più volte all’inizio del suo mandato, il sottosegretario Crimi ha definito l’editoria come «il settore più assistito da parte dello stato».
Il sottosegretario calcolava una spesa pubblica di 3,5 miliardi di euro in 15 anni. Al di là della veridicità tutta da verificare di tale somma, basti un dato a smentire la sua affermazione: i sussidi pubblici alle fonti energetiche fossili dannose per l’ambiente (gas, carbone, petrolio, ecoballe, etc.) sono pari a 11,5 miliardi all’anno.
Il dato è ufficiale, fornito dal Ministero per l’Ambiente. Nel programma 5 Stelle c’era l’abrogazione di questi sussidi, ma nell’azione di governo e nella manovra non ce n’è traccia.

3) IN ITALIA NON ESISTONO EDITORI PURI

PARZIALMENTE VERO. Secondo un post apparso il 13 novembre sul blog delle stelle, «la stragrande maggioranza dei principali giornali italiani a tiratura nazionale è posseduto da editori in pieno conflitto di interessi». L’affermazione è inesatta.
Secondo un fact checking dell’Agi, tra le più importanti testate italiane alcune sono pubblicate da editori sostanzialmente «puri», cioè che non hanno interessi rilevanti fuori dall’editoria (testate Rcs e testate Riffeser), altre da editori «impuri» (gruppo Gedi e gruppo Caltagirone).
Guardando all’estero, invece, in Francia purtroppo gli editori «puri» non esistono proprio, mentre in Germania sono la norma. Mista invece la situazione in Gran Bretagna e Stati uniti.
Per paradosso, infine, i tagli all’editoria danneggeranno sicuramente molti editori «puri», cioè le testate pubblicate dalle cooperative di giornalisti, che per definizione non fanno altro che il proprio giornale, rivista o radio.

4) I GIORNALI CHE PRENDONO CONTRIBUTI PUBBLICI DIPENDONO DAL GOVERNO


La riforma Lotti aveva affidato al governo un puro ruolo amministrativo, sottraendo alla politica il potere di decidere volta per volta gli stanziamenti.FALSO.
 Proprio la varietà di testate che attingono al fondo per il pluralismo dimostra che non esistono giornali di per sé governativi: Avvenire è diverso da Libero, che è diverso dal manifesto o dal Primorski.
Al contrario, è proprio l’intervento di questo governo nella manovra che stravolge d’imperio, cancellandola, la libertà di informazione.
Per quanto riguarda il manifesto, nel Palazzo non abbiamo e non abbiamo mai avuto «governi amici».

5) IL TAGLIO AI GIORNALI È NEL CONTRATTO DI GOVERNO

FALSO. Proprio la Lega aveva escluso tale possibilità. Ribadendola poi in decine di interviste e interventi pubblici. Dimostrando la sua contrarietà, peraltro, nel primo passaggio alla camera della manovra, dove sia il relatore che il rappresentante del governo (entrambi leghisti) avevano espresso parere contrario all’emendamento 5 Stelle, provocandone il ritiro.
Ora, nel passaggio al senato, sarebbe solo un voltafaccia della Lega a dare il via libera al taglio.
6) L’EMENDAMENTO PATUANELLI ABOLISCE IL SOSTEGNO PUBBLICO ALL’EDITORIA
FALSO. Lasciando da parte la questione del canone Rai, l’emendamento 5 Stelle non abolisce affatto il fondo per il pluralismo, che rimane intatto intorno ai 180 milioni. Taglia i fondi fino a vietarne l’accesso, invece, solo a una ventina di testate più grandi sulle 52 ammesse al contributo. È perciò un emendamento «ad testatam» che colpisce voci diverse ma tutte critiche o scomode per la maggioranza.
Anzi, con l’ultimo comma del testo, si crea a Palazzo Chigi una specie di «fondo Crimi» a totale disposizione della presidenza del consiglio, al di fuori della legge e del controllo del parlamento, da destinare a vaghi progetti di «soggetti pubblici e privati» non meglio identificati per promuovere la «cultura della libera informazione plurale, della comunicazione partecipata e dal basso, dell’innovazione digitale e sociale, dell’uso dei media».
La discrezionalità del governo nell’utilizzo dei fondi pubblici (che infatti restano) sarebbe massima.

7) CON L’EMENDAMENTO PATUANELLI LO STATO RISPARMIA

FALSO. Non un euro viene tolto al fondo per il pluralismo. Viene invece vietato l’accesso a determinate testate (vedi sopra).

8) SENZA ORDINE DEI GIORNALISTI I PRECARI STANNO MEGLIO

FALSO. L’ordine dei giornalisti è un ente di diritto pubblico regolato dalla legge. Abolirlo lascerebbe il campo ad associazioni di diritto privato auto-organizzate. Nulla impedisce che nascano più o meno «forzatamente» associazioni di giornalisti vicini a un editore piuttosto che a un altro. Tipo: se vuoi scrivere qui ti fai rappresentare dall’associazione X. Con tutto quel che ne consegue.
L’ordine dei giornalisti, accogliendo un invito dello stesso Crimi, ha presentato al governo una proposta di autoriforma che attende risposta.

9) GLI EDITORI DI GIORNALI SONO INCAPACI DI INNOVAZIONE

FALSO. Non c’è settore industriale cambiato più della carta stampata. I fogli che avete in mano possono sembrarvi identici a quelli di 30 anni fa. Ma il modo di produrli non ha nulla a che vedere con quello dei nostri nonni.
Un grande giornale non è un pezzo di carta inchiostrata, è una struttura professionale e industriale in grado di far scrivere un essere umano su qualsiasi argomento in qualsiasi parte del mondo in qualsiasi momento dell’anno su diversi supporti.
Una struttura «pesante», simile a quella della protezione civile, sempre pronta in caso di emergenza.

10) LA CARTA È MORTA, IL FUTURO È DIGITALE

FALSO. Gli editori della carta stampata sono stati travolti dalla «rivoluzione digitale» ma l’85% dei ricavi viene ancora dalle copie cartacee. Ogni giorno si vendono 2,8 milioni di copie di giornali, che hanno 16,2 milioni di lettori.
La rivoluzione digitale, non appena la banda sarà disponibile, travolgerà anche le televisioni. Pubblicare un articolo su web non ha ostacoli tecnici, presto questo ostacolo cadrà anche per i filmati. I primi segnali di questo nuovo trend (vedi Netflix) sono già visibili.
Inoltre, a parte i «Gafa» (acronimo per Google, Apple, Facebook e Amazon) e gli «Ott» (i cosiddetti: “Over the top”) l’editoria digitale è priva di innovazione.
Il 98% dei giornali on line italiani dipende solo dalla pubblicità e fattura meno di 21mila euro all’anno (dati Agcom).

11) BASTA IL LIBERO MERCATO AD ASSICURARE IL PLURALISMO

FALSO. Non c’è settore culturale che non sia sostenuto – nelle forme più varie – da parte dello stato: libri, cinema, teatri, opere liriche, musei, mostre, monumenti. Nessuno di questi vivrebbe solo vendendo biglietti.
L’informazione rientra tra i diritti costituzionali dei cittadini che lo stato deve garantire.
Al contrario, il settore dell’editoria è in preda a fenomeni di concentrazione in ogni parte della filiera: 2 gruppi (Rcs e Gedi) diffondono da soli quasi la metàdelle copie. In molte zone del paese i distributori locali si riducono a uno per regione, i grandi distributori nazionali sono appena 2-3.
Il mercato, da solo, favorisce gli oligopoli. Nel caso dell’informazione, questo è tipico di regimi autoritari, e non di democrazie.

12) I CONTRIBUTI PUBBLICI ESISTONO SOLO IN ITALIA


Il Canada nella sua manovra 2019 ha stanziato oltre 600 milioni di dollari e un dibattito sulla necessità della protezione pubblica di testate soprattutto locali è aperto anche negli Stati uniti, vista l’ecatombe di giornali statali o di contea.FALSO.
 A parte il canone per la tv pubblica (vedi Rai o Bbc solo per fare due esempi), forme di sostegno diretto o indiretto all’informazione esistono nella gran parte dei paesi europei, dalla Francia al Lussemburgo.
Ci sono zone dell’Occidente dove, semplicemente, l’informazione e il controllo democratico e trasparente del potere non esiste più.
L’Italia non può finire tra queste.

martedì 14 agosto 2018

"io non ti giudico"

Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. 
(Matteo 7, 1-5)

Il timore del giudizio altrui, porta molte persone a nascondersi e porgere agli altri un'immagine di sé non corrispondente al vero, quasi che la sincerità fosse un inutile orpello nei rapporti di relazione.
Solo una massa di cretini può ipotizzare che ci sia un metro di giudizio che è uguale per tutti.
La verità è che i parametri di analisi della vita, sono molto meno codificati di quanto i dogmi imposti abbiano voluto farci credere. 
In pratica, il giudizio di bene e male si annida in una variabile talmente soggetta a influenze di ogni genere, che ci troviamo spesso nella condizione di sentire più pareri contrastanti a fronte dello stesso evento.
Tutto normale, dunque, no, per niente, la particolarità sta nel fatto che i termini di giudizio non sono solo due, come il binomio "bene/male" potrebbe far supporre, no i pareri giudicanti possono essere tanti e differenti a seconda di quante siano le persone che si esprimono sul fatto, quando per sfumature, quando per diversa accezione dei termini.
In pratica è idiota sentirsi giudicati, poiché se anche fosse, il "giudizio" non fa riferimento a leggi universali e, pertanto, l'espressione giudicante varrà solo per la persona che la esprime, inutilmente, a questo punto.

Le certezze del nulla

Tutti mentono, questa è la frase lapidaria che si postpone quando non si hanno ragioni per giustificare un proprio comportamento ingannevole e/o truffaldino nei confronti nostri o di terzi. 
L'autoassoluzione passa attraverso una chiamata a correo, quasi a significare che nel grande gioco della vita, ciascuno recita un ruolo che non deve essere scoperto dai propri interlocutori, pena l'esclusione e, quindi, la dissimulazione offre una copertura perchè il bersaglio non venga individuato.
"Tutti mentono" è una notizia falsa, assurta a rango di verità per il numero infinito di volte in cui è stata ripetuta, in innumerevoli occasioni, fino ad avere un largo seguito di adepti autoconvintisi.
La frase sarebbe più corretta in un enunciato più preciso, ad esempio "tutti mentono se ne hanno motivo", oppure "tutti mentono se non vogliono esporsi" o, meglio ancora, "tutti mentono se non sono in grado di sostenere la verità".
Il fatto è che ciascuno decide di mentire di volta in volta, a seconda delle circostanze, e può darsi che sia più o meno bravo nel cimentarsi in questa nobile attività umana, ma ciò non toglie che ciascuno possa stabilire in piena autonomia "se" mentire oppure no.
Giustificare ai propri occhi le proprie menzogne attraverso un "tutti mentono", richiama un falso assioma, che, invece, se riportato a rango di ipotesi di lavoro, resta tutto da approfondire e dimostrare.
Mentire è una scelta e, come tale, offre la possibilità di non ricorrervi, spesso con dei danni immediati che possono tentarci di ricorrervi come strada più facile, ma resta comunque una scelta e le scelte, per quanto moltitudini ricorrano a quella che ci porta ad affermazioni assolute, offrono sempre altre opportunità, anche se raccontarsi verità di comodo, anziché dolorose, è più semplice.
Se davvero volessimo dare una visione corretta del mondo, potremmo dire che "Non tutti mentono (magari perché non ne hanno né motivo, né ragione)", purtroppo  a noi fa comodo crederlo.


domenica 5 agosto 2018

Credulità.

La gente crede più ad una grossa menzogna che ad una piccola; e se viene ripetuta abbastanza spesso la gente prima o poi ci crede. (Walter Langer)

Destini zodiacali.

Pensiamo davvero che Gesù Cristo sia stato un Capricorno?

Cretinocrazia all'attacco

Quelli dei governi di  prima erano peggio, molto peggio, erano collusi con le banche, hanno trovato subito 20 miliardi di euro per salvarle dal fallimento, togliendo risorse alle povere signore anziane che non arrivano a fine mese.

Hanno fatto accordi con le multinazionali del farmaco, rendendo obbligatori inutili vaccini, solo per intascare tangenti.

Hanno difeso a spada tratta gli interessi dei poteri forti, andando a pranzo da Soros e a cena dai rappresentanti di Bildeberg.

Hanno comprato inutili aerei da difesa, pagandoli venti volte il loro valore, nonché un Jet faraonico per portare il Capo del Governo a fare le vacanze a Torvaianica.

Per fortuna, tutto questo è finito e ora abbiamo a rappresentarci persone del popolo, per il popolo, che faranno solo gli interessi del bene collettivo.

  Questa è la nuova classe politica.